Burattini in Persona

Riccardo Pazzaglia • 13 febbraio 2026

Quando Bologna saliva sul palco

C’è stato un tempo in cui a Bologna il teatro non era solo per intellettuali. Non si recitava solo per chi a sipario (chiuso) aperto, se ne stava in silenzio religioso, con abiti da sera. C’era un teatro più vero, un teatro per tutti, quello che faceva riflettere, che parlava in dialetto e storpiava le parole apposta per far ridere. Un genere teatrale nato dal popolo e per il popolo, che ha riempito platee, cortili e cuori tra la metà dell’Ottocento e i primi del Novecento.

E se pensi che stiamo parlando di burattini, hai solo in parte ragione. Perché i Burattini in Persona, a Bologna, non erano affatto di legno. Erano attori in carne e ossa, mascherati, rumorosi, veri. Oggi, grazie a chi continua a raccontarli, quei burattini tornano a vivere. Non pupazzi, non marionette. I Burattini in Persona erano attori reali. Indossavano costumi, maschere, parlavano in dialetto come i pupazzi... ma erano persone. Era teatro popolare, comico, satirico, pungente. Si recitava “a soggetto”, cioè partendo da un canovaccio: un abbozzo di storia tratta da commedie burattinesche e ‘drammoni’ riadattati dai grandi romanzi popolari, da cui gli attori costruivano scene improvvisate, piene di battute, parole storpiate, citazioni in latino maccheronico, poesie, canzoni popolari.  Un teatro che veniva dalla strada e che alla strada restituiva la propria immagine, distorta e fedele allo stesso tempo.

 

Un’eredità dalla Commedia dell’Arte

Quando nel Settecento Napoleone proibì le maschere nei teatri pubblici, la Commedia dell’Arte sembrava destinata a sparire. Ma a Bologna, nel 1848, accadde qualcosa. Un intagliatore di legno di nome Leonardo Scorzoni, con spirito ribelle e occhi furbi, creò Persuttino Gambuzzi, una maschera nuova, verace, bolognesissima e decise che le maschere dovevano tornare, come durante la Commedia dell’Arte, su un palco vero e con attori veri.

Scorzoni affiancò così il suo Persuttino a Fagiolino, Sganapino, Balanzone e alle altre figure del teatro popolare, ridando vita a un mondo che sembrava perduto. Nacquero così i Burattini in Persona.

Furono trent’anni di successo, poi di nuovo silenzio. Scomparso Scorzoni, i Burattini in Persona si addormentarono. Ma arrivò Angelo Cuccoli, nel 1904, a risvegliarli creando la Compagnia Felsinea dei Burattini in Persona. E Desiderio Fontana, contemporaneamente, costruì un teatro in legno, tra via Rialto e Castellata, apposta per portare sul palco le maschere e sé stesso, Sganapino.

 

Chi recitava? Gente vera.

Dunque erano proprio i burattinai stessi che in scena vestivano i panni dei personaggi che abitualmente interpretavano con le teste di legno. Spesso erano affiancati da non professionisti, ma accanto a loro recitavano anche attori veri e propri, come la famosa Argia Magazzari.

E il pubblico? Li adorava. Conosceva le battute a memoria, urlava, interveniva, partecipava. Il teatro era uno specchio, ma anche una finestra: sulle ingiustizie, le differenze sociali, la fame, la libertà. Sempre con un sorriso e con una fetta di mortadella nei paraggi. Sì, perché i teatri che ospitavano i Burattini in Persona erano tutt’altro che silenziosi. Il Teatro Nosadella, ad esempio, era noto per il pubblico rumoroso, che mangiava e beveva durante lo spettacolo. Al San Saverio (oggi Teatro Duse), durante gli intervalli, giravano venditori di cotechini e brustulli, mentre in platea volavano battute tra pubblico e attori

Era un teatro partecipato, affollato, spesso all’aperto, in arene improvvisate come l’Arena Popolare di via Castellata, o quella della Ronda, in Frassinago o del Politeama Massimo, fuori porta. La sera calava, le luci si accendevano e la città rideva di se stessa.

 

Col passare del tempo, l’arrivo del cinema e l’industrializzazione, i Burattini in Persona sparirono quasi del tutto. Ma come ogni cosa vera, non si spensero mai del tutto. Nel 1993, grazie a Odette Righi Boi, lo spettacolo Schérz ed caranvèl riportò in scena le maschere, al Teatro Alemanni. (Nasceva un nuovo movimento culturale, con compagnie, spettacoli e laboratori dedicati alla rinascita del genere). Una rinascita non nostalgica, ma viva, intelligente, educativa. Anche nelle scuole, bambini e ragazzi — come quelli guidati da Roberta Montanari nel progetto “I Burattini in Persona” — hanno riscoperto il valore culturale, linguistico e sociale di queste maschere. Hanno riso, creato, scritto scene, messo in scena commedie nuove partendo da repertori antichi. E così, un teatro che sembrava dimenticato, è tornato a respirare.  Ridere con Fagiolino, essere complici di Sganapino, deridere Balanzone, cantare con Narciso... non è solo folclore. È resistenza culturale. È memoria viva. È riconoscersi in un’identità popolare che non ha bisogno di essere perfetta per essere autentica. Oggi più che mai, il teatro dei burattini di legno e quello dei Burattini in Persona ci ricordano che si può raccontare il mondo con una maschera, una battuta e una verità detta a voce alta. E forse è proprio per questo che non moriranno mai. Perché i Burattini in Persona parlano ancora di noi.