Quando i burattini entrano nel dialetto bolognese
Modi di dire, espressioni dialettali e proverbi

I burattini non sono soltanto protagonisti del teatro popolare bolognese. Da secoli vivono anche nelle parole di tutti i giorni, nei modi di dire, nelle espressioni dialettali e nei proverbi che ancora oggi raccontano con ironia il carattere e le abitudini delle persone. È una testimonianza preziosa di quanto il teatro di figura fosse radicato nella vita quotidiana. I personaggi del castello di burattini non erano semplici intrattenitori: rappresentavano tipi umani riconoscibili, simboli di vizi e virtù, e per questo i loro nomi sono entrati stabilmente nel linguaggio popolare.
Dallo Zanni al “zanan”
Uno dei personaggi più antichi del teatro comico italiano è lo Zanni, servo furbo e affamato da cui derivano molte maschere della tradizione. Il nome Zanni nasce da una trasformazione del nome Giovanni e, in area emiliana, ha dato origine a forme dialettali come “zàn” e “zanån”. Da qui deriva il modo di dire Èser un zanån sänza fastîdi, usato per indicare una persona tranquilla, pacifica, che non crea problemi. È interessante osservare come una figura teatrale sia diventata un vero e proprio modello di comportamento.
“Fare da cani e da burattini”
Tra le espressioni più suggestive troviamo Fèr da câgn e da buratén, che significa prestarsi a qualsiasi lavoro o affrontare ogni genere di fatica. L’immagine richiama il mondo itinerante dei burattinai, costretti a montare, smontare e trasportare continuamente scenografie e pupazzi, adattandosi a ogni situazione. Il detto restituisce bene il senso di un’attività instancabile e poliedrica.
Quando qualcosa “è una burattinata”
Il termine buratén compare anche in espressioni ancora comprensibili oggi. L’è una buratiné’ si usa per definire qualcosa di ridicolo, poco chiaro o assurdo. Allo stesso modo, Csa fànnia, i buratén? viene pronunciato con stupore o indignazione quando qualcuno cambia improvvisamente idea. In entrambi i casi, il riferimento è al carattere teatrale, imprevedibile e talvolta grottesco degli spettacoli di burattini.
Fagiolino e l’avarizia
Fagiolino è il personaggio più amato del teatro bolognese: vivace, furbo, irresistibile. Dal suo nome nasce l’espressione Avèir äl man ed Fa§ulén, letteralmente “avere le mani di Fagiolino”, usata per descrivere una persona particolarmente tirchia. È un esempio di come i personaggi teatrali si siano trasformati in metafore del comportamento umano.
Sganapino e la fame
Sganapino ha dato origine al verbo sganapèr, che significa mangiare con voracità, divorare il cibo in modo famelico.
L’espressione riflette perfettamente il temperamento del personaggio: impulsivo, istintivo e sempre pronto a soddisfare i propri appetiti.
Sandrone e la goffaggine
Sandrone, celebre maschera modenese, ha lasciato traccia nel dialetto con l’aggettivo insandrunè e il verbo insandrunìres. Entrambi indicano il vestirsi in modo maldestro o assumere atteggiamenti rozzi e sgraziati.
Il personaggio, con la sua ingenuità contadina, è diventato un simbolo della rusticità.
Pantalone paga per tutti
Pantalone è il mercante veneziano della Commedia dell’Arte, tradizionalmente anziano e facoltoso. Da lui deriva l’espressione Pèga Pantalån, utilizzata quando una sola persona si trova a sostenere le spese di tutti gli altri. Il detto è ancora oggi perfettamente comprensibile.
Tabarrino e i temporali
Tabarrino, personaggio creato dal burattinaio Filippo Cuccoli, ha dato origine all’esclamazione Âcua, Tabarén!, pronunciata durante un acquazzone particolarmente intenso. Il nome richiama anche il “tabarro”, il corto mantello indossato dal personaggio, in un divertente gioco tra costume e linguaggio.
Tartaglia e Pedrolino
Tartaglia, noto per il suo difetto di pronuncia, ha generato il verbo Tartajèr e il sostantivo Tartajån, legati all’atto di balbettare. Da Pedrolino deriva invece Pitrulén, appellativo usato per indicare un uomo piccolo e di scarsa importanza.
“Piantare baracca e burattini”
Tra i modi di dire più evocativi c’è Piantèr barâca e buratén, cioè abbandonare tutto e andarsene. L’immagine nasce direttamente dalla pratica del burattinaio che, terminato lo spettacolo, smonta il teatrino e riparte. È un’espressione che racchiude l’essenza stessa del teatro itinerante.
Il panierone di Cuccoli
Un’altra espressione tipicamente bolognese è Finir int al panirån ed Cuccoli, che significa diventare inutile o essere messi da parte. Il riferimento è ad Angelo Cuccoli, celebre burattinaio che era solito riporre i propri personaggi in un grande cesto al termine delle recite. Un’immagine concreta e poetica che racconta il momento in cui, calato il sipario, i protagonisti tornano al silenzio.
Un patrimonio linguistico e culturale
Questi detti dimostrano quanto il teatro dei burattini abbia influenzato non solo lo spettacolo, ma anche il modo di parlare e di pensare dei bolognesi. Ogni espressione conserva un frammento di memoria collettiva e testimonia il profondo legame tra la tradizione dei burattini e l’identità della città. Ancora oggi, quando usiamo questi modi di dire, continuiamo inconsapevolmente a far vivere Fagiolino, Sganapino e tutti gli altri protagonisti di un patrimonio culturale unico e straordinario.








